Autore: Dott. Sergio Aleati

  • Disturbi alimentari in adolescenza: il corpo che parla

    Disturbi alimentari in adolescenza: il corpo che parla

    Quando parliamo di disturbi alimentari, spesso la conversazione si concentra su cibo, peso e forma del corpo, ma chi vive queste difficoltà sa che il problema reale non è il cibo in sé, bensì il modo in cui il corpo diventa il luogo in cui esprimere emozioni complesse, conflitti interiori e un senso di controllo spesso perduto.
    Durante l’adolescenza, una fase già di per sé di fragilà e instabilità, questi meccanismi possono rappresantare un fattore di rischio nello sviluppo di un’identità adulta.

    Non esiste un’unica causa che spieghi perché un ragazzo o una ragazza sviluppi un disturbo alimentare. Si tratta piuttosto di una combinazione di fattori biologici, psicologici, relazionali e sociali. Ci sono vulnerabilità innate (tratti di personalità perfezionisti, difficoltà a modulare le emozioni o tendenza all’autocritica) che si intrecciano con esperienze familiari e relazionali con il gruppo di coetanei.
    Il risultato è che il comportamento alimentare diventa uno strumento, anche se doloroso, per affrontare sensazioni che sembrano ingestibili.

    L’anoressia, la bulimia e il binge eating disorder non sono semplicemente “modi per stare magri” o “capricci adolescenziali”. Sono tentativi, a volte inconsci, di comunicare un disagio. Il corpo diventa il linguaggio con cui il ragazzo comunica ciò che non riesce a dire con le parole.

    Affrontare un disturbo alimentare non significa solo correggere le abitudini alimentari: significa aiutare l’adolescente a ritrovare modalità più sane per gestire emozioni e relazioni, e ricostruire fiducia in sé stesso.

    Bisogna sempre ricordare che nei disturbi alimentari non è solo l’adolescente che soffre ma è l’intera famiglia a vivere un stato di malessere quindi il lavoro terapeutico sarà un lavoro integrato che coivolge varie figure come psicologi, psicoterapeuti, medici e nutrizionisti che lavorano insieme per affrontare sia la dimensione corporea sia quella emotiva e relazionale.

    Se sei un adolescente che vive queste difficoltà, o un genitore che cerca di capire cosa sta succedendo, è importante ricordare che chiedere aiuto non è un fallimento. Riconoscere che c’è sofferenza e aprirsi a chi può ascoltare e supportare è un atto di coraggio. I disturbi alimentari raccontano una storia di dolore e ricerca di equilibrio, e il primo passo per stare meglio è proprio permettere a qualcuno di leggere quella storia insieme a te.

  • Ascolto attivo nella coppia: quando sentirsi ascoltati è più importante che avere ragione

    Ascolto attivo nella coppia: quando sentirsi ascoltati è più importante che avere ragione


    “Mi ascolti davvero… o stai solo aspettando il tuo turno per rispondere?”
    Questa frase, forse, suona familiare a molte coppie. In un litigio o anche in una conversazione quotidiana, spesso ci parliamo… ma non ci ascoltiamo davvero.

    L’ascolto attivo è una delle competenze più preziose – e più sottovalutate – nella relazione di coppia. Non si tratta solo di stare zitti mentre l’altro parla, ma di essere presenti, empatizzare, e rispondere in modo che l’altro si senta capito, non giudicato o corretto.


    Cosa significa “ascoltare attivamente”?

    Ascoltare attivamente vuol dire:

    • Dare attenzione all’altro con tutto se stessi, non solo con le orecchie.
    • Sospendere il bisogno di rispondere o correggere.
    • Restituire quello che si è capito con parole semplici, per verificare di aver colto davvero il senso.
    • Mostrare con il linguaggio del corpo che ci si è coinvolti: uno sguardo, un cenno, un “capisco” possono fare la differenza.

    Perché è così difficile ascoltare nella coppia?

    Perché spesso, dietro a un discorso, sentiamo minacce alla nostra identità.
    Quando il partner ci dice “non mi sento considerato”, potremmo vivere quella frase come: “non vali nulla”. E allora, invece di ascoltare, partiamo in difesa.

    L’ascolto attivo chiede una piccola rinuncia all’ego: non devo convincere l’altro, né giustificarmi subito. Devo solo essere presente e accogliere.


    Esercizio semplice per allenare l’ascolto attivo

    1. Prendetevi 5 minuti in un momento tranquillo della giornata
    2. Uno parla, l’altro ascolta senza interrompere.
    3. Alla fine, chi ascolta prova a riassumere con parole sue ciò che ha capito:
      “Quello che mi stai dicendo è che ti sei sentito messo da parte ieri, giusto?”
    4. L’altro conferma o corregge. Poi si invertono i ruoli.

    Sembra un gioco, ma cambia il modo in cui ci si percepisce nella relazione.


    Quando mi ascolti, mi sento riconosciuto

    Nel tempo, le coppie che allenano l’ascolto attivo imparano che capirsi viene prima di convincersi.
    E che, a volte, essere ascoltati è più potente di ricevere una soluzione.


    Vuoi approfondire?

    Nel percorso di terapia di coppia, l’ascolto attivo è una delle prime competenze che alleniamo insieme.
    Se vuoi riscoprire il dialogo nella tua relazione, contattami per un primo incontro.


  • Mal di pancia psicosomatici negli adolescenti: quando il corpo parla per loro

    Mal di pancia psicosomatici negli adolescenti: quando il corpo parla per loro


    “Mi fa male la pancia, non voglio andare a scuola.” oppure “Ho la nausea mi viene da vomitare“.
    Frasi che tanti genitori hanno sentito. Ma cosa succede quando i dolori sono ricorrenti, gli esami medici sono tutti negativi… eppure il disagio persiste?

    Cos’è un disturbo psicosomatico?

    Non è fantasia, non è una scusa, e soprattutto: non è “solo nella testa”.
    Un disturbo psicosomatico è un sintomo fisico reale, che può avere origine o essere amplificato da emozioni non espresse, come ansia, paura o rabbia.

    Perché succede proprio nell’adolescenza?

    Durante l’adolescenza, corpo e mente vivono cambiamenti intensi: il cervello emotivo è in pieno sviluppo mentre il linguaggio emotivo è ancora fragile e i contesti sociali (scuola, amicizie, aspettative) diventano più complessi.
    Quando le emozioni non trovano parole o spazi sicuri, il corpo può “prendersi il carico”, trasformando il disagio interno in sintomi tangibili.

    Quando sospettare un’origine psicosomatica

    • Il dolore compare prima di situazioni stressanti (controlli, verifiche, discussioni, scuola)
    • Gli esami clinici sono negativi, ma il sintomo torna regolarmente
    • I dolori si limitano a momenti specifici e non compaiono in altre parti della giornata
    • Il ragazzo/a fatica a parlare di ciò che prova, ma “il corpo lo dice”

    Cosa fare come genitore

    1. Non minimizzare: “È tutto nella tua testa” può far sentire il ragazzo ancora più incompreso.
    2. Accogli il sintomo come un messaggio: non va ignorato, ma ascoltato.
    3. Apri uno spazio di dialogo emotivo, anche piccolo: “Cosa stava succedendo poco prima che iniziassero i dolori?”
    4. Valuta uno spazio psicologico: a volte serve un aiuto esterno per imparare ad ascoltare e dare nome alle emozioni.

    In sintesi

    Un mal di pancia ricorrente non è solo un disturbo fisico, né solo un disagio psicologico: è un ponte tra i due.
    Quando impariamo a leggerlo insieme, può diventare un’occasione per capire più a fondo ciò che un adolescente sta vivendo — anche se ancora non sa dirlo con le parole.


  • 5 STRATEGIE PER MIGLIORARE IL DIALOGO TRA GENITORI E FIGLI

    5 STRATEGIE PER MIGLIORARE IL DIALOGO TRA GENITORI E FIGLI


    Il dialogo tra genitori e figli è alla base di una relazione sana e di una crescita emotiva equilibrata. Tuttavia, nella quotidianità, comunicare davvero può diventare complicato, soprattutto durante l’adolescenza.
    Come psicologo specializzato nel supporto a famiglie e adolescenti a Moncalieri, vedo spesso quanto sia importante imparare a costruire ponti di ascolto e fiducia.

    Ecco 5 strategie concrete per migliorare il dialogo genitori-figli:

    1. Ascolto attivo: più presenza, meno giudizio

    Molto spesso, i ragazzi hanno bisogno semplicemente di essere ascoltati, senza soluzioni immediate o critiche.
    Praticare l’ascolto attivo significa:

    • Prestare attenzione senza interrompere
    • Riflettere i sentimenti (“Mi sembra che tu ti senta frustrato”)
    • Mostrare empatia, anche se non si è d’accordo

    Un figlio che si sente ascoltato, si sentirà anche più compreso e disposto ad aprirsi.

    2. Scegli il momento giusto per parlare

    Affrontare argomenti importanti durante una discussione accesa o mentre tuo figlio è stressato può rendere tutto più difficile.
    Meglio scegliere un momento tranquillo, magari durante una passeggiata o mentre si svolge un’attività condivisa.
    La comunicazione efficace si basa anche sulla tempistica.

    3. Comunicare emozioni, non solo regole

    Spesso i genitori si concentrano su regole, divieti o imposizioni (“Non devi…”, “Devi…”), dimenticando di parlare dei propri sentimenti.
    Condividere emozioni sincere (“Mi preoccupa vederti così chiuso”, “Sono felice quando passiamo tempo insieme”) aiuta a umanizzare il dialogo e a costruire una connessione più profonda.

    4. Evitare la trappola delle domande inquisitorie

    Domande secche e pressanti (“Dove sei stato?”, “Perché non hai studiato?”) rischiano di essere percepite come un interrogatorio.
    Meglio preferire domande aperte e non giudicanti, come:

    • “Come ti sei sentito oggi a scuola?”
    • “C’è qualcosa che ti va di raccontarmi?”

    Stimolare il racconto favorisce una comunicazione più ricca e autentica.

    5. Accettare il cambiamento

    Durante l’adolescenza, i figli cambiano velocemente, cercano autonomia, costruiscono una propria identità.
    Accettare questa evoluzione senza viverla come una minaccia personale è fondamentale per mantenere aperto il canale comunicativo.
    Ricordati: il tuo ruolo non è controllare, ma accompagnare.


    Quando chiedere aiuto

    Se il dialogo diventa particolarmente difficile o si creano tensioni continue, rivolgersi a uno psicologo può essere una scelta preziosa.
    Attraverso un percorso di consulenza familiare, è possibile riattivare la comunicazione e rafforzare il legame tra genitori e figli.

    A Moncalieri, offro percorsi di supporto personalizzati per famiglie e adolescenti.
    Contattami per una consulenza: insieme possiamo ritrovare il piacere di capirsi.



  • L’amore tra mamma e papà può incidere sulla salute mentale dei figli?

    L’amore tra mamma e papà può incidere sulla salute mentale dei figli?

    La qualità della relazione di coppia rappresenta un fattore protettivo fondamentale per lo sviluppo psicologico dei figli. Studi scientifici evidenziano come un legame coniugale sano e collaborativo possa ridurre significativamente il rischio di insorgenza di disturbi psicopatologici , favorendo un buon adattamento emotivo e sociale.​

    Ma quando si parla di una relazione di coppia buona che cosa si intende?

    💬 1. Comunicazione Aperta ed Empatica

    I partner si parlano in modo concreto e chiaro, ascoltandosi l’un l’altro senza giudizio, e riusciendo ad esprimere bisogni ed emozioni.

    ❤️ 2. Rispetto Reciproco

    Ognuno riconosce il valore e l’identità dell’altro. Non ci sono tentativi di controllo, svalutazione o manipolazione per compensare i propri bisogni irrisolti.

    ⚖️ 3. Equilibrio nei Ruoli e nelle Responsabilità

    Le decisioni, la gestione dei figli, delle finanze e del tempo libero sono condivise, o comunque discusse apertamente.

    🛠️ 4. Capacità di Gestire i Conflitti in Modo Costruttivo

    Nessuna relazione è senza conflitti, ma in una coppia sana si cerca la soluzione, non il colpevole. Si litiga per chiarire, non per ferire.

    💞 5. Intimità Emotiva e Fisica

    C’è affetto, vicinanza, condivisione di momenti significativi e sostegno reciproco anche nei momenti difficili.

    🌱 6. Crescita Personale e di Coppia

    Entrambi si sentono liberi di crescere come individui, sostenendosi nei propri obiettivi senza sentirsi minacciati.

    🧱 7. Confini definiti

    Confini eccessivamente flessibil tra genitori e figli o con le famiglie di origine possono portare ad invischiamenti e confusioni di ruoli mentre confini eccessivamente rigidi a distanze emotive e compartimentazione dei ruoli.

    In quale modo una relazione di coppia che non funziona può influire sullo sviluppo psicologico dei figli?

    🏃 1. Disturbi dell’attenzione e iperattività (ADHD) = molto spesso attraverso i comportamenti impulsivi il bambino cerca di:
    1) spostare l’attenzione su di sé per evitare che la coppia di genitori continui a litigare (diventando così lui il “problema” piuttosto che la relazione dei genitori).
    2) ottenere l’attenzione che non riesce ad ottenere dai genitori perchè troppo occupati a discutere (meglio avere un’attenzione negativa piuttosto che non averne).

    😰 2. Disturbi d’ansia = un genitore percependosi come “solo” nella relazione di coppia può decidere di investire tutte le sue energie nella relazione con il figlio.
    Per non abbandonare la relazione con il genitore il figlio rinuncia alla sua autonomia.

    😢 3. Disturbi depressivi = la percezione di genitori impegnati in un conflitto di coppia può portare il bambino a non esprimergli la sua rabbia che rivolge invece contro se stesso in modo autodistruttivo.


    All’origine di un disturbo psicologico vi è quasi sempre una somma di fattori individuali, esperienziali e sociali. Le precedenti spiegazioni sono solo uno spunto di riflessione su come un funzionamento disfunzionale della coppia possa trasformarsi in uno dei fattori di rischio nello sviluppo di disturbi psicologici nell’età evolutiva. .
    È però importante tenere sempre in considerazione che identificare ed intervenire sulle aree di vulnerabilità, per intervenire in modo efficace e prevenire l’insorgere di problemi più gravi.

  • I disturbi d’ansia in adolescenza

    I disturbi d’ansia in adolescenza

    L’adolescenza è una fase di transizione intensa e complessa, in cui il ragazzo o la ragazza si trova a metà strada tra l’infanzia e l’età adulta. In questo periodo, non è raro che possano emergere disturbi d’ansia in forme più o meno evidenti. Non parliamo solo di “normali preoccupazioni” legate alla scuola o agli amici, ma di un vissuto che può diventare paralizzante, influenzando il rendimento scolastico, le relazioni sociali e la percezione di sé.

    Cos’è l’ansia e perché colpisce in adolescenza?

    L’ansia è un’emozione naturale, utile e necessaria alla sopravvivenza: ci prepara a fronteggiare un pericolo, ci spinge a prepararci per un’interrogazione, ci tiene all’erta. Ma quando l’ansia è eccessiva, costante o sproporzionata rispetto agli stimoli, può diventare un ostacolo.

    In adolescenza, l’ansia trova terreno fertile per diversi motivi:

    • Cambiamenti ormonali e fisici: il corpo cambia, spesso più in fretta della mente. L’immagine corporea può diventare un’ossessione, con forti insicurezze.
    • Pressioni scolastiche: la paura di fallire, di deludere le aspettative dei genitori o di non essere “abbastanza”.
    • Ricerca dell’identità: “Chi sono?”, “Cosa voglio dalla vita?”, “Come mi vedono gli altri?” – domande profonde e spesso angoscianti.
    • Relazioni sociali: il bisogno di appartenere a un gruppo, la paura del rifiuto, il confronto costante con gli altri, accentuato dai social media.

    I segnali da non sottovalutare

    L’ansia in adolescenza può manifestarsi in modi diversi, anche mascherati. Alcuni segnali da considerare sono:

    • Evitamento della scuola o di situazioni sociali
    • Irritabilità, sbalzi d’umore
    • Disturbi del sonno o dell’alimentazione
    • Somatizzazioni (mal di pancia, nausea, mal di testa senza cause mediche)
    • Isolamento, calo del rendimento scolastico
    • Pensieri negativi ricorrenti o senso di inadeguatezza

    Cosa può fare un genitore?

    Il primo passo è ascoltare senza giudicare. Mostrarsi disponibili al dialogo, senza minimizzare (“è solo una fase”, “non hai motivo di stare così”) né allarmarsi eccessivamente. L’ansia non va ignorata, ma accolta, riconosciuta e compresa.

    Mantenere una comunicazione aperta e un ambiente familiare accogliente è fondamentale. Allo stesso tempo, è importante non sostituirsi al ragazzo: aiutarlo a gestire l’ansia non significa evitare ogni possibile fonte di stress, ma sostenerlo nel costruire le proprie risorse.

    Accettare i momenti di tristezza e rabbia perchè le sta imparando a gestire. È fondamentale riconoscere che queste emozioni fanno parte della vita e devono essere affrontate come opportunità di crescita personale, aiutandolo a sviluppare consapevolezza di sé e resilienza per gestire meglio le sfide future.

    Quando rivolgersi a uno psicologo

    Se l’ansia interferisce con la vita quotidiana, se persiste nel tempo e sembra aumentare, può essere utile consultare uno psicologo. L’intervento precoce evita spesso un peggioramento del sintomo, con un attivazione sempre più persistente nella vita quotidiana ed un evitamento di situazioni e persone crescente. La psicoterapia aiuta l’adolescente a dare un nome alle proprie emozioni, a comprendere ciò che vive e a sviluppare strategie più funzionali per affrontare le difficoltà.

    Conclusione

    L’ansia non è un nemico da combattere, ma un segnale da ascoltare. Nell’adolescenza, è spesso il linguaggio con cui si esprimono paure profonde, desideri inespressi, tensioni interne. Offrire uno spazio di ascolto autentico, affiancato eventualmente da un aiuto professionale, può fare una grande differenza.


  • La relazione come strumento di cura

    La relazione come strumento di cura

    Quando le persone si presentano in terapia, molte volte cercano qualcosa di “concreto” da seguire, come compiti o protocolli, che possano far scomparire rapidamente il sintomo e alleviare al più presto la loro sofferenza.
    Questi strumenti soddisfano il bisogno di sicurezza sia dei terapeuti che dei pazienti, ma non rappresentano il principale strumento di cura.
    Quello che cura in una relazione terapeutica è la relazione stessa.
    Spesso, però, questa viene percepita come un “fantasma“, come una semplice “chiacchierata” che chiunque potrebbe fare con un amico. In realtà, la relazione terapeutica nasconde una serie di “elementi curativi” che possono davvero contribuire al benessere del paziente.

    1. Ascolto senza giudizio = consente di riflettere su quello che diciamo e provare ad elaborare nuovi soluzioni senza metterci in mano una soluzioni preconfezionate che l’altro pensa siano giuste per noi
    2. Spazio per tutti i tipi di emozioni = per esprimere e conoscere le nostre emozioni senza paura che esse possano ferire o distruggere l’altro
    3. Banco di prova relazionale = dove testare quello che funziona e che non funziona del nostro entrare in relazione con l’altro (a volte siamo convinti di relazionarci, o che gli altri si relazionino con noi, in modi che non sono quelli reali)
    4. Ascolto sincero = quello che diciamo in stanza è coperto da segreto professionale e la’ltro non può trarre un vantaggio da quello che gli raccontiamo
    5. Boa di salvataggio = dopo aver provato a modificare alcuni schemi disfunzionali (pensieri, emozioni e comportamenti) possiamo fermarci a riflettere in sicurezza sulle conseguenze

      In questa breve lista ho elencato solo alcuni dei vantaggi della relazione terapeutica, ma ve ne sono molti altri.

      Ora, la prossima volta che andate in terapia e chiedete qualcosa di concreto per risolvere il vostro problema, provate a pensare che il terapeuta ha già iniziato ad usare il suo strumento più efficace per aiutarvi a risolvere il vostro problema.

  • Il tempo sospeso e l’importanza delle dinamiche familiari nel ciclo di vita

    Il tempo sospeso e l’importanza delle dinamiche familiari nel ciclo di vita

    Il concetto di “tempo sospeso” nel ciclo di vita di un individuo non può essere pienamente compreso senza considerare il contesto familiare in cui la persona è inserita. Le dinamiche familiari svolgono un ruolo fondamentale nell’evoluzione psicologica dell’individuo e possono essere sia una fonte di supporto che di blocco. Come sottolineato da Salvador Minuchin, le famiglie, attraverso le loro strutture e relazioni interne, influenzano profondamente la capacità di un membro di evolversi e affrontare le sfide della vita.

    La Famiglia come Sistema

    Minuchin, attraverso la sua teoria della struttura familiare, evidenziò come ogni famiglia sia un sistema interconnesso, in cui ogni membro influisce sugli altri. Quando una famiglia non è in grado di adattarsi a cambiamenti, transizioni o crisi, possono verificarsi blocchi psicologici nei suoi membri. Ad esempio, un individuo potrebbe trovarsi in una fase di “tempo sospeso” se il sistema familiare impedisce una transizione sana da un ruolo all’altro (ad esempio, dal figlio all’adulto). La difficoltà di separarsi emotivamente dalla famiglia di origine o l’impossibilità di rinegoziare i confini familiari può rallentare il processo di crescita personale. In particolare, le dinamiche familiari disfunzionali, come una comunicazione inefficace, un ruolo troppo rigido o la mancanza di supporto emotivo, possono far emergere un blocco psicologico. Se un membro della famiglia non riesce a ritrovare il proprio spazio o a differenziarsi adeguatamente, si può verificare un “blocco evolutivo”, in cui l’individuo resta ancorato ad una fase precedente del suo ciclo di vita.

    Il Ruolo della Famiglia nel Superamento del Blocco

    Il tempo sospeso non deve necessariamente essere un punto di non ritorno. Minuchin credeva fermamente che il cambiamento e la crescita fossero possibili attraverso il riassetto delle dinamiche familiari. In una situazione di blocco, una ristrutturazione delle relazioni familiari potrebbe consentire una maggiore flessibilità e adattabilità, permettendo ai singoli membri di crescere e superare la loro stasi psicologica. Ad esempio, nel contesto di una terapia familiare, si lavora per creare un ambiente più sano, dove i membri possano sostenersi a vicenda, riconoscendo e rispettando i confini e i ruoli degli altri. Minuchin sosteneva che la riorganizzazione dei confini familiari, come ad esempio la separazione emotiva dei figli adulti dalle loro famiglie di origine, potesse essere cruciale per superare le fasi di blocco e per aiutare ogni membro a prendere pieno possesso della propria identità e della propria vita.

    Dinamiche Familiari e Blocco Individuo

    Quando una persona vive un blocco, è essenziale esplorare come le dinamiche familiari contribuiscano a questa situazione. Le famiglie, spesso, esercitano pressioni esplicite o implicite che possono causare una crisi del ciclo di vita di un individuo. Ad esempio, un genitore che non accetta la crescita del figlio o che non consente a un membro della famiglia di intraprendere una carriera o una relazione che lo distacchi dalla famiglia stessa, può indurre una sensazione di “tempo sospeso”. In questi casi, l’individuo si trova a fronteggiare non solo le proprie incertezze, ma anche il peso delle aspettative familiari, che lo tengono ancorato a una fase di vita che non gli consente di evolversi. Inoltre, i modelli relazionali appresi in famiglia, come quelli legati alla gestione del conflitto, alla comunicazione e alla gestione delle emozioni, possono avere un impatto duraturo sul comportamento dell’individuo. Se, per esempio, un membro della famiglia ha imparato a evitare il conflitto o a nascondere le proprie emozioni, potrebbe sentirsi paralizzato nell’affrontare la difficoltà e il cambiamento, sperimentando così una stasi emotiva che lo porta al blocco.

    La Terapia Familiare e la Risoluzione del Blocco

    In situazioni in cui il blocco è radicato nelle dinamiche familiari, il trattamento psicoterapeutico familiare diventa un mezzo fondamentale per promuovere il cambiamento. La terapia familiare, come descritta da Minuchin, aiuta a riorganizzare il sistema familiare, facilitando il riassetto delle relazioni e il miglioramento dei confini. Questa ristrutturazione permette ai membri della famiglia di affrontare le sfide del ciclo di vita in modo più sano e costruttivo, permettendo al singolo individuo di evolversi senza essere bloccato dalle dinamiche disfunzionali. Un aspetto centrale della terapia familiare è il supporto alla separazione-individuazione, un processo in cui l’individuo riesce a differenziarsi dalla famiglia di origine senza abbandonarla emotivamente. Questo processo è cruciale per superare il “tempo sospeso” e proseguire nel ciclo di vita, poiché consente a ciascun membro di svilupparsi come individuo autonomo, capace di affrontare le proprie sfide.

    Conclusioni

    Il blocco nel ciclo di vita, il “tempo sospeso”, non è solo una condizione individuale, ma è strettamente legato alle dinamiche familiari. La famiglia gioca un ruolo cruciale nell’evoluzione di un individuo, e le sue strutture possono sia ostacolare che facilitare il cambiamento. Le idee di Minuchin ci insegnano che, affrontando e ristrutturando le dinamiche familiari disfunzionali, è possibile aiutare la persona a superare il blocco e a proseguire il suo cammino evolutivo, permettendo una transizione più sana attraverso i vari stadi della vita.

  • Scopri il tuo livello di ansia e depressione

    Scopri il tuo livello di ansia e depressione

    Clicca sul tasto qui sotto e compila il breve questionario di 16 domande per scoprire se in questo momento della tua vita potresti aver bisogno di un supporto psicologico.

    Attenzione
    Il test è indicativo e non sostituisce una diagnosi in presenza effettuata da un professionista della salute mentale.

  • Adolescenza e depressione

    Adolescenza e depressione

    Quando arriva l’adolescenza, i ragazzi navigano in un mare di forti emozioni: oscillano tra momenti di intensa felicità e altri di forte rabbia, ad altri ancora di profonda tristezza.

    Durante l’adolescenza il/la ragazzo/a entra in contatto con emozioni più intense rispetto a quelle che conosceva, che non riesce ancora a riconoscere come proprie e, di conseguenza, ad accettarle e modularle, percependole così, a volte, come distruttive.

    Questo periodo per lui/lei rappresenta un banco di prova dove solo stando con esse può imparare a gestirle e riconoscerle.

    Queste altalene emotive fanno provare ai genitori un senso di forte confusione. Molti di essi cercano così delle spiegazioni, chiedendo all’adolescente la causa di quegli stati emotivi, ma il più delle volte con scarso successo perché anche lui non ne ha una piena consapevolezza.

    L’emozione più difficile da accettare, da parte dei genitori, è la tristezza; spesso, infatti, vi è la tendenza di mamma e papà a ricercarne le cause inizialmente nel mondo esterno (amicizie, amore, scuola) e successivamente nelle proprie capacità genitoriali spesso attribuendosene erroneamente la colpa.

    Questa tristezza adolescenziale molto spesso ha un origine profonda che arriva difficilmente alla consepevolezza dell’adolescente. Deriva dall’abbandono dell’identità infantile che lascia spazio quella adulta.

    Questa abbandono viene vissuto dall’adolescente come una vero e proprio lutto, come una perdita importante di qualcosa che non riuscirà mai più a ritrovare. E’ necessario pertanto che abbia il tempo che gli serve per elaborarlo.

    Cosa possiamo fare allora come genitori?

    Il compito dei genitori in questa fase di vita non è quello di cercare di renderlo/a sempre felice e mandare via la sua tristezza, ma di aiutarlo a viverla ed accettarla, lasciandogli il tempo di cui ha bisogno. Solo così sarà successivamente in grado di riconoscerla e modularla.

    Spesso la difficoltà maggiore, da parte dei genitori, arriva da un bisogno narcisistico: vogliamo che i nostri figli siano sempre felici per poterci percepire come buoni genitori.

    Bisogna imparare a lasciare andare questo bisogno ed accettare la sua e la nostra tristezza.
    Solo allora potremmo essere dei genitori “sufficientemente buoni e questo può bastare.